TRILOGIA DELLA CITTÀ DI K.
Genere: RomanzoCasa editrice: Einaudi
Data di Uscita: 1998 (seconda edizione: 2014)
Prezzo: € 11,05
Pagine: 384
Narrazione: Prima persona plurale, prima persona singolare, terza persona.
TRAMA
Quando "Il grande quaderno" apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Storia di formazione, la "Trilogia della città di K" ritrae un'epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure.
RECENSIONE
È difficile restare impassibili di fronte a questo romanzo. Il corpo è immobile, le braccia sono rigide, le dita stringono il libro e voltano le pagine in modo quasi robotico. Se fuori si è immoti, dentro la tempesta distrugge tutto. La sensazione principale che ho provato nel corso della lettura è il disgusto.
Trilogia della città di K. è un’opera divisa in tre parti, con una narrazione ogni volta differente, che racconta gli orrori della guerra visti dagli occhi di due gemelli, Lucas e Claus. Nomi che sono uno l’anagramma dell’altro, quasi a volere sottolineare il fortissimo legame che lega i bambini e che accompagnerà il lettore fino all’ultima pagina. Un attaccamento morboso, quasi simbiotico, reso tale anche dalla scrittura in prima persona plurale.
La storia – ne Il grande quaderno – ha inizio in una città fittizia al confine di un paese dell’Est Europa. I luoghi non vengono mai nominati, ma è facilmente intuibile che l’ambientazione sia l’Ungheria ai tempi della seconda guerra mondiale. È proprio al confine della Piccola Città, così verrà chiamata per tutto il romanzo, che i gemelli Lucas e Claus vengono portati dalla madre. Ad attenderli c’è Nonna, una figura negativa, controversa e sprezzante, che apostrofa i nipoti come “figli di cagna” e viene a sua volta additata come “la strega”.
Nostra Madre ci diceva: "Tesori miei! Amori miei! Siete la mia gioia! Miei bimbi adorati!"
Quando ci ricordiamo di queste parole, i nostri occhi si riempiono di lacrime.Queste parole dobbiamo dimenticarle, perché adesso nessuno ci dice parole simili e perché il ricordo che ne abbiamo è un peso troppo grosso da portare.Allora ricominciamo il nostro esercizio in un altro modo:Diciamo: "Tesori miei! Amori miei! Vi voglio bene... Non vi lascerò mai... Non vorrò bene che a voi... Sempre... Siete tutta la mia vita..."A forza di ripeterle, le parole a poco a poco perdono il loro significato e il dolore che portano si attenua.
È proprio a casa della nonna, posto in cui dovrebbero essere al sicuro, che i bambini fanno conoscenza con la brutalità del mondo che li circonda. Un’atrocità che arriva in faccia al lettore come uno schiaffo, tra violenza, perversione e abusi di ogni genere. Perché la guerra non è fatta solo di mitragliette, cadaveri e bombardamenti. Ágota Kristóf lo racconta pagina dopo pagina e ci trascina in una discesa verso l’oscenità che sembra non avere mai fine.
Anche Lucas e Claus, che hanno perso tutta la loro innocenza, sono avvolti da un’intensa aura di negatività. C’è ben poco di umano in questi bambini, che la guerra ha trasformato in due spietati spettatori del quotidiano. La loro freddezza di fronte all’aggressività e alla violenza lascia il lettore con un senso di sconcerto difficilmente digeribile.
I personaggi che ruotano intorno ai due piccoli protagonisti sono pochi e ambigui: Labbro Leporino, una ragazza povera, malata e sola, che pur di ricevere affetto e considerazione si lascia andare ad amplessi con un cane randagio; la Fantesca, aiutante del Curato, che con la scusa di aiutare i gemelli abusa di loro; l’Ufficiale, che occupa una stanza nella casa della nonna, omosessuale latente con tendenze sadomasochiste. Esperienze che Lucas e Claus annotano ogni giorno in un grande quaderno.
Scriveremo: «Noi mangiamo molte noci», e non: «Amiamo le noci», perché il verbo amare non è un verbo sicuro, manca di precisione e obiettività.
Nel secondo capitolo della trilogia, La Prova, l’autrice fa un salto temporale di qualche anno e ci catapulta nella vita di Lucas, che è rimasto nella Piccola Città. Claus ha attraversato il fronte ed è partito per la Grande Città. I due gemelli si sono separati e Lucas continua a scrivere sul quaderno tutti gli avvenimenti che costellano la sua esistenza. L’incontro con Yasmine, ragazza madre con un figlio menomato di nome Mathias; la relazione con Clara, una vedova trentacinquenne che porta su di sé i segni del tempo e della guerra; la sorta di amicizia con un membro del partito.
[…] cerco di scrivere delle storie vere, ma, a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla.
Il capitolo si chiude con un drammatico evento e, ne La terza menzogna, c’è un altro balzo in avanti. Questa volta è Claus – o Klaus T. – a prendere le redini della narrazione, ma Ágota Kristóf si rivela piuttosto brava a modellare, plasmare e giocare con la verità, tanto che è quasi impossibile comprendere cosa sia reale e cosa frutto delle elucubrazioni, delle paranoie e della fantasia dei personaggi. Ci si ritrova al centro di un labirinto nebuloso, senza via d’uscita, a chiedersi se Lucas e Claus non ci abbiano mentito fin dall’inizio.
Mi metto a letto e prima di addormentarmi parlo mentalmente a Lucas, come faccio da molti anni. Quello che gli dico è più o meno la stessa cosa di sempre. Gli dico che se è morto, beato lui, e che vorrei essere al suo posto.
Lo stile narrativo di Ágota Kristóf è scarno, ossuto e spigoloso. Non ci sono descrizioni di alcun tipo, se non le poche strettamente necessarie. Tutto è incentrato sui dialoghi e sulle azioni dei personaggi, che a poco a poco perdono ogni parvenza di umanità e non diventano altro che bestie. Una scrittura assassina, micidiale, priva di empatia, che si riprende nel secondo e nel terzo capitolo del libro, tuttavia senza mai diventare romanzata. I periodi sono singhiozzanti, concisi, inesorabili come la cronaca di un omicidio. L’autrice non accompagna il lettore all’interno della storia, ma lo spinge con un colpo secco tra le fauci di una favola ributtante.
Una fiaba oscura e ripugnante come la guerra, di quelle senza lieto fine che costringono a chiedersi se ci sia un limite all’indecenza e alla cattiveria dell’uomo.
Trilogia della città di K. è uno di quei libri che non dimenticherò mai, che mi provocherà un brivido lungo la schiena ogni volta in cui ripenserò a ciò che ho letto, vissuto e percepito tra quelle pagine. La nausea nel sapere che Ágota Kristóf si è basata sulla realtà, che certi orrori sono accaduti davvero e continueranno ad accadere. Un romanzo di denuncia, di analisi psicologica, che scoperchia i più biechi istinti dell’essere umano senza distinzione di sesso, di età e di provenienza sociale. Un capolavoro che deve essere letto, studiato e portato d’esempio, nella speranza che le mostruosità della guerra non si ripetano mai più.
Nessun commento